Abbiamo voluto farci raccontare direttamente da Rachele Somaschini, appena rientrata dalla Dakar Classic, tutte le impressioni e le difficoltà della corsa più dura e affascinante del motorsport. Un'avventura condivisa con le sue "colleghe" di viaggio, Monica Buonamano e Serena Rodella, protagoniste insieme a lei di un'impresa che va ben oltre il risultato sportivo.
Ad accompagnarla, come sempre, c'era anche una compagna di vita tanto presente quanto indesiderata: la fibrosi cistica. Un elemento con cui Rachele convive ogni giorno e che, in un contesto estremo come la Dakar, diventa una sfida nella sfida.
Ne è nata una chiacchierata a 360 gradi, tra tecnica, fatica, emozioni e aspetti umani. E non siamo certi che le nostre righe riescano davvero a restituire lo sguardo e la voce di chi questa avventura ce l'ha ancora addosso — e che difficilmente potrà dimenticarla.
Rachele, è passata una settimana dalla tua Dakar, da questa impresa. Sei riuscita a metabolizzare quello che hai fatto, non solo dal punto di vista sportivo, ma anche da quello personale?
È stata tosta. Finché sei alla Dakar combatti ogni giorno con ogni chilometro e con tutto quello che può succedere in 8.000 km. Quando sei lì, sei impegnata fondamentalmente a combattere contro gli elementi e contro te stessa, cercando di usare tutte le forze mentali e fisiche che hai. Sei talmente impegnata a sopravvivere che non metabolizzi, pensi solo a fare quello che devi fare. Quando arrivi a casa, da un lato sei felice di essere tornata alla tua realtà, dall'altro ti mancano quelle emozioni. È un contrasto continuo tra il "non vedo l'ora di arrivare a casa" e il "mi mancano queste cose". Quindi sì, alla fine metabolizzi; la vivi con tutto te stesso, cercando di cogliere sempre il positivo, ma una volta finita ne prendi atto sapendo di aver dato il massimo. Non ho nessun rimpianto perché abbiamo dato tutto dal primo all'ultimo metro.
C'è qualcosa che la Dakar ti ha insegnato e che magari nei rally non avevi mai sperimentato?
Anche certi rally del mondiale l'anno scorso erano tosti e non avevano nulla da invidiare alla Dakar, ma qui è uno sforzo diverso, prolungato nel tempo. Quando arrivi al terzo giorno e sei già stremato, ti dici: "Bene, adesso ne ho altri 12 così, devo tener duro". Mi ha insegnato a trovare una forza interiore che non pensavo di avere; è un'esperienza che ti forgia. Come dicono: se non ti uccide, ti fortifica. Ho imparato ad adattarmi a ogni situazione fuori dalla comfort zone. Come mi sono detta: "Hai voluto la bicicletta? Mo' pedala". Nessuno mi ha puntato la pistola alla testa per fare la Dakar, era un mio sogno. Ci sono stati momenti di sconforto, magari quando facevi una fatica incredibile per stare in media o sbloccare i waypoint, e poi succedeva qualcosa che mandava tutto all'aria, come un passaggio difficile dove il camion non saliva. Lì devi azzerare subito e non rimuginare troppo sul risultato mancato.
Entriamo nel tecnico. La Dakar è l'evento principale del campionato del mondo Rally Raid. Voi che avete fatto la "Classic", come eravate strutturati? Avevate un bivacco a parte?
No, eravamo tutti insieme. C'era la parte degli ufficiali attaccata al catering centrale, ma la struttura era la medesima. Quando andavi a cena passavi davanti alla macchina di Sainz o alle Ford. Anche i briefing erano nello stesso posto: subito prima del nostro c'era quello della Dakar moderna. Avevi davanti Al-Attiyah che prendeva la medaglia o Loeb seduto di fianco a te. È una grandissima famiglia nel deserto.
E la tua gara, la Classic, com'era strutturata? Ho capito che c'erano prove di regolarità e altre tipologie.
Sì, c'erano tre tipi di prove. Quelle di regolarità sono forse le più "noiose", anche se per il mezzo che avevamo tenere le medie era difficile. Essendo in categoria H1, dovevamo tenere le velocità delle vetture, cosa a volte impossibile per un camion, ma dovevamo adattarci. Poi c'erano le prove di navigazione, uguali a quelle della Dakar moderna ma con velocità adatte alle storiche. Devi seguire un CAP (una rotta in gradi) per sbloccare i waypoint; se non passi entro un raggio specifico (che può essere di 100, 50 o 200 metri), il punto non si sblocca e resti perso nel deserto. Infine c'erano i "Dune Test", prove sulle dune. Lì c'erano tre livelli di difficoltà, ma il nostro camion non aveva la potenza per affrontarle, quindi spesso dovevamo prendere la "chicken way" (la via alternativa più semplice), anche se poi le dune le trovavamo comunque nelle prove speciali e dovevamo farle per forza.
Sei passata da una Citroën C3 Rally2 moderna a un camion di circa 30 anni. Quanto è stato complesso questo passaggio?
Troppo. Ho dovuto rispolverare tecniche non presenti nel mio DNA, come la doppietta, perché quel cambio senza doppietta non scalava. È stata una conoscenza reciproca, metro dopo metro, perché non avevamo fatto molti test. C'erano momenti di frustrazione, come dover aspettare un secondo tra una marcia e l'altra quando cambiavi il "carrello" del cambio, ma alla fine ci siamo sentite dei giganti a domare quel volante enorme e quel cambio con un'escursione esagerata. La prima settimana siamo sopravvissute, la seconda abbiamo iniziato a fare bene. Il terreno cambiava continuamente: prima roccia, poi canyon, poi sabbia dura, poi dune. Appena imparavi a guidare su un fondo, il giorno dopo cambiava tutto.
Qual è stata la cosa che ti ha fatto più paura sul camion?
Paura no, ma c'erano situazioni critiche. Se il camion non aveva abbastanza cavalli per salire una duna, rischiavi di affossarti o di cappottare a causa della pendenza. A volte ci fermavamo in posizioni precarie, ma fortunatamente ne siamo sempre uscite. Il problema principale era il mezzo antico: gli ammortizzatori dell'88 ci facevano soffrire tantissimo. Prendevamo colpi tali da togliere il fiato, sembrava di rompersi le costole sulle buche.
Eri con un equipaggio tutto femminile: Monica Buonamano alla navigazione e Serena Rodella come meccanico on board e secondo pilota. Com'è cambiata la navigazione rispetto ai rally?
Totalmente. Nei rally hai note precise per ogni curva. Lì hai solo il roadbook: se c'è scritto qualcosa è perché è veramente pericoloso, altrimenti è tutto a vista. "Curva destra", "vai dritto", "segui le tracce". Questo silenzio nell'abitacolo all'inizio mi disorientava, abituata come sono a ricevere continue informazioni, ma ti lascia concentrare. Monica gestiva la navigazione dalla A alla Z. Serena guidava nei trasferimenti iniziali e nelle sezioni più trialistiche, mentre io guidavo circa il 70% del tempo. Ci dividevamo le prove in base a quello che riuscivamo ad interpretare dal briefing della sera prima. Eravamo un equipaggio ben omogeneo, non abbiamo mai litigato in 8.000 km.
Oltre all'aspetto sportivo, la tua è un'impresa perché convivi con la fibrosi cistica. Clima, fatica e durata sembrano le condizioni peggiori per questa patologia.
È stata dura. Arrivi stanca morta ma devi fare le terapie. Le ho saltate solo nella tappa Marathon perché non c'era corrente. Per fortuna, grazie agli sponsor, ho potuto avere un camper e questo, assieme al supporto di Mattia, ha fatto davvero la differenza. Mentre io ero in gara, lui nel camper riusciva ogni giorno a sterilizzare tutto, tenere l'ambiente il più possibile lontano dalla polvere: senza di lui avrei perso ancora molto più tempo e probabilmente energie preziose.
Anche per loro non è stato comunque semplice: in alcune giornate affrontavano trasferimenti di 600 chilometri con il camper, è vero su strade asfaltate, ma poi bisognava comunque gestire tutto il resto — svuotare le acque, fare rifornimento, montare e rimontare ogni volta l'attrezzatura.
Il mio terrore più grande era ammalarmi. Per fortuna, grazie anche al camper, sono riuscita a seguire correttamente tutte le terapie e a prendere le pastiglie necessarie per evitare ricadute. È stato un miracolo: sono stata bene, non mi sono ammalata. Il mio terrore era avere ricadute respiratorie o respirare troppa sabbia, invece ho sopportato bene la situazione, anche grazie al non aver dovuto dormire in tenda.
C'è stato un momento in cui hai detto "ok, questa è davvero dura"?
I primi tre giorni sono stati tostissimi perché non avevamo automatismi. E poi gli ultimi due giorni ci hanno dato il colpo di grazia con tappe da 800-900 km. La penultima tappa è stata un incubo: abbiamo dovuto prendere la rincorsa più volte per superare le dune e se ci insabbiavamo dovevamo scendere ed abbassare le pressioni. Se ancora non bastava, toccava spalare per ripartire.
È stato frustrante.
Guardando al 2026, come prosegue il tuo anno? Quali sono i prossimi obiettivi?
È ancora troppo presto per definire nel dettaglio il programma della prossima stagione. In questo periodo sto dedicando tutte le energie alla ricerca di sponsor, proprio per costruire con calma e concretezza il progetto sportivo per il 2026. Solo una volta chiarite queste basi sarà possibile capire quali saranno i prossimi passi.
La tua impresa è anche merito dei progressi della ricerca. Oggi ci sono tanti ragazzi con la fibrosi cistica che sognano una vita normale. Che messaggio vuoi lasciare loro?
È un argomento complesso perché ogni caso è diverso. Capisco che a volte vedere me che faccio queste cose possa dar fastidio a chi fa fatica anche solo a camminare. Io ho la fortuna di avere mutazioni più lievi e di beneficiare dei farmaci innovativi, ma non dimentico chi sta lottando. C'è un 30% di malati che ancora non ha accesso a queste cure risolutive. Io lotto per i miei sogni, ma faccio sensibilizzazione e raccolta fondi soprattutto per loro, per chi lotta ancora per la vita. Con il progetto "Correre per un respiro" sosteniamo la Fondazione Ricerca Fibrosi Cistica verso l'obiettivo "una cura per tutti". Anche il mio ritorno alle gare in Italia è mirato a essere più presente qui per la raccolta fondi.
In concreto, come si può donare?
Il modo più semplice è tramite il sito correreperunrespiro.it, dove si possono ordinare gadget solidali o fare donazioni libere direttamente alla Fondazione. Oppure su fibrosicisticaricerca.it per il 5x1000 e i bonifici. Inoltre, siamo aperti a chi vuole organizzare eventi di sensibilizzazione; basta scriverci tramite il sito.
[intervista a cura di Edoardo Gallini]