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Il rally è sempre stato parte della mia vita. Il primo ricordo che ho è la vacanza a Madeira durante il rally del Portogallo, lo ricordo come fosse ieri… Là avevamo comprato un galletto in ceramica come souvenir e me ne ero appropriato. Non so dove sia finito, ma al tempo era il mio piccolo tesoro.
Ricordo le estati scandite tra la direzione gara del San Martino e quella del San Marino, attaccare adesivi sulle macchine di servizio, preparare le buste per i concorrenti, comunicare ai cronometristi, di quello che poi avrei scoperto essere il CO di arrivo, il numero delle macchine... Insomma, senza dilungarmi troppo il Rally è sempre stato naturale per me, anche dopo il 2003. Viziato e coccolato da tutti prima perché un soldatino di cacio che passava le giornate a cercare di aiutare, e dopo per il cognome ereditato troppo presto da chi questo mondo lo teneva nel palmo della mano ho sempre visto l'ambiente rallystico come una casa e tutte le persone che ci lavoravano come una seconda famiglia.

Crescendo mi accorsi che le direzioni gara e gli adesivi erano belli, ma le macchine che passavano l'arrivo o che vedevo in parco assistenza avevano un non so che di affascinante. E come biasimarmi, avendoci giocato attorno da sempre ed avendo assaporato più volte la sensazione di entrarci dentro chiunque sarebbe caduto in tentazione no?

Per sfortuna o per fortuna, tra il costo esorbitante e l'opposizione di chi da questo sport tanto ha ricevuto ma altrettanto ha perso, il sogno di entrare nell'abitacolo (con preferenza verso il sedile sinistro) rimase tale e lentamente la vita prese una strada più silenziosa e digitale rispetto al Motorsport.  

Si sa però che alle proprie radici è impossibile scappare, e proprio quando l'euforia da giovincello era ormai scemata, ad un pranzo di Rallylink, che ironicamente al tempo rappresentava la mia ultima connessione con il mondo del Rally, una persona che poi avrei scoperto essere legato a doppio filo il passato di mio papà e il mio futuro, decise fosse una buona idea finire assieme a me Christian e Alessandro tutte le bottiglie di vino del tavolo e di ordinarne altre una volta finite.
Tra un cin alla goccia e una storia di Rally di altri tempi quella passione ormai spenta si riaccese leggermente e incominciai a frequentare le gare non come piccolo aiutante in direzione gara ma come semplice spettatore.

L'Adriatico, e il San Marino tornarono ad essere mete periodiche per seguire, condendo le trasferimenti con spritz, birre e abbuffate di carbonare assieme al persone squisite, Daniele, che da mio papà non ereditò il cognome ma la passione, le conoscenze e le basi per diventare un pilota di fino.

È proprio durante un pranzo con Daniele, l'ultimo giorno della mia annuale vacanza a casa Ercolani, che per caso confessai che il sogno nel cassetto di fare una gara di Rally con Andrea. La famiglia Roggia e quella Ercolani sono infatti legate da gioie e dolori da tempi immemori, e infatti l'unica vacanza a cui non rinuncerei mai e che si ripete ogni anno (tranne lo scorso causa difficoltà di prendere un aereo da Tokyo)
Ma invece di passare inosservata come la maggior parte delle cose che si dicono conversando, mi fu offerta la possibilità di coronare quel sogno. Ne parlammo con Andrea senza realmente crederci all'inizio, ma nell'arco di 20 minuti l'idea di completare la metamorfosi passando da piccolo aiutante a spettatore e infine concorrente proprio assieme ad Andrea diventava sempre più reale e, alla fine della giornata la cosa era già stata comunicata alle rispettive madri.

Il giovedì prima dello shakedown ci trovammo in officina regolare sedili e cinture e per "creare" la nostra livrea. Ed eccomi di nuovo ad attaccare adesivi. Però questa volta non era una macchina di servizio, ma una Sierra Cosworth gruppo A che poco dopo avrebbe avuto scritto sul finestrino posteriore
A.Ercolani
M.Roggia

Era successo davvero. La macchina più bella mai vista era pronta, e sarebbe stato il posto dove avrei passato i 4 giorni successivi, finalmente.
Le prove, i trasferimenti, le risate durante le assistenze e la stanchezza a fine giornata… Tutto era come me lo ero immaginato (forse non la stanchezza, però ormai ho una certa età ed è comprensibile). Vedere i ragazzini, che vagamente mi ricordano me stesso qualche anno prima, che alzavano il braccio al nostro passaggio, le persone che leggendo la pesantissima accoppiata di cognomi sul passaruota anteriore si metteva ad applaudire in mezzo alla strada, cazzo, ecco cosa stavo per perdermi. Ma soprattutto il casco, la calura delle tute, il rumore assordante. Ero a casa.
La sensazione che provai durante tutta la gara non era emozione per la prima volta, ma semplice benessere e felicità. D'altronde esattamente nel posto dove volevo essere.

E quando finisce la gara, ti accorgi di quello che hai fatto, quello che è successo, e inizi a realizzare. Il muro di amici e familiari che applaudono quando la macchina si ferma dopo l'ultima prova all'ultima assistenza per poi avviarsi all'arrivo è qualcosa che non dimenticherò mai.
...È così che deve essersi sentito papà alla fine delle centinaia di rally a cui partecipò… Anche io avrei faticato a smettere.

 Salendo sul quel palco, a San Marino, con Andrea, indossando quelle tute, grazie all'aiuto di Daniele ebbi però la sensazione che svariate vite, avvenimenti, ricordi ed emozioni fossero convogliate su quella pedana in quell'attimo solo per chiudere un cerchio. Come a testimoniare che se è vero che tutto ha una fine, anche un momento speciale come quello, è anche vero che una fine è lì solo per fare da apripista ad un nuovo inizio.